Province da non abolire

Lo scudetto è roba da grandi, il titolo cannonieri è consolazione per le piccole. Ti godi il tuo bomber: una stagione da copertina per lui, un campionato da protagonista per la squadra. E' stato così per chi avrebbe poi vinto parecchio (Inzaghi con l'Atalanta nel 1997), è stato così per chi scrive di aver rinunciato a guadagnare tanto (Lucarelli con il Livorno nel 2002), è stato così per chi non è mai stato considerato un top-player (Hubner con il Piacenza nel 2002). A volte porta sfiga. Chiedere al Bari: Protti primo con Signori nel 1996 e pugliesi retrocessi. Ma la provincia fa bene al gol, anche quest'anno.
22 AGO 20
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Lo scudetto è roba da grandi, il titolo cannonieri è consolazione per le piccole. Ti godi il tuo bomber: una stagione da copertina per lui, un campionato da protagonista per la squadra. E' stato così per chi avrebbe poi vinto parecchio (Inzaghi con l'Atalanta nel 1997), è stato così per chi scrive di aver rinunciato a guadagnare tanto (Lucarelli con il Livorno nel 2002), è stato così per chi non è mai stato considerato un top-player (Hubner con il Piacenza nel 2002). A volte porta sfiga. Chiedere al Bari: Protti primo con Signori nel 1996 e pugliesi retrocessi. Ma la provincia fa bene al gol, anche quest'anno. A Udine sono abituati, vincitori un tempo con Bierhoff e Marcio Amoroso, dominatori oggi con Di Natale. A Bergamo è un ritorno alla tradizione, al di là del succitato Inzaghi. Una tradizione con sorpresa, visto che Denis – finora – non aveva regalato numeri da urlo. Emozioni sì, come la rete a tempo scaduto per il 2-2 del Napoli contro il Milan leonardesco. Ma la serie attuale è impressionante, utile non solo per cancellare l'handicap dell'Atalanta ma anche per ritrovare personalmente a 30 anni la Nazionale. Impresa più facile quando si sceglie il numero 19, quello di Sant'Espedito, patrono delle cause disperate e urgenti.

Un attaccante che oggi vale di dimostrare gli 8 milioni spesi dal Napoli nel 2008. Un affare per l'Atalanta, che lo stimola con i bonus (70.000 euro per i 10 gol, il prossimo è fissato a 15): ne ha appena spesi solo tre per riscattarlo dall'Udinese. "Gli serviva giocare con continuità", racconta il suo allenatore Colantuono. Continuità impossibile a Udine, schiacciato dal talento di Sanchez e Di Natale: il primo è diventato l'acquisto crac del Barcellona, il secondo è rimasto dopo essere stato tentato dalla Juventus nel 2010. E' stato l'unico momento di debolezza – subito stoppato dalla famiglia Pozzo – per chi ha eletto Udine capitale del proprio regno. Qui qualcuno ancora gli contesta il 10, quello dello Zico bianconero. Soprattutto quello del Maradona napoletano. Ma Di Natale non potrebbe scegliere altro numero perché se Denis è un argentino con testa tedesca (German, non a caso), lui è italiano con genio sudamericano. "La Campania è come il Brasile, piena di talenti. E Totò ha nel codice genetico l'estro di un giocoliere" racconta Lorenzo D'Amato, maestro di calcio alla scuola San Nicola di Castello di Cisterna. Qui, prima di Di Natale, sono passati Caccia e Montella, due che hanno segnato tantissimo. Un mestiere che Di Natale ha imparato bene, con una frequenza di realizzazione inversamente proporzionale alle parole abitualmente spese, da napoletano atipico qual è: i gesti sul campo e le 10 reti con cui ha raggiunto Denis in vetta lo raccontano più di mille parole. Non tornerà alle origini, il suo mondo è Udine come Bergamo lo è diventato per il diretto rivale: "Resto qui a vita, dopo il calcio". Ma non prima di tentare un'ultima impresa, vincere per la terza volta consecutiva il titolo cannonieri: ci sono riusciti soltanto Nordahl e Platini, mai un italiano. Un finale che gli riaprirebbe le porte della Nazionale, per prendersi la rivincita su quella Spagna che lo fece piangere ai rigori nel 2008.